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Giornata della memoria 2021

L'ARCHIVIO DI STATO DI CAMPOBASSO, in occasione della Giornata della memoria 2021, contribuisce alla sua celebrazione attraverso una piccola, ma significativa, testimonianza tratta dalla documentazione che conserva, arricchita da informazioni ed immagini provenienti da altri prestigiosi "depositi di memoria".

UNA EBREA RUMENA IN MOLISE

Rasela Weisman nasce il 5 marzo 1904 a Galati, in Romania, importante centro industriale e città portuale sul Danubio, nella regione storica della Moldavia. È figlia di Abram e di Golda Goldstein, di religione ebraica.
Rasela lascia la Romania perché vuole emigrare negli USA. Intanto, il 26 giugno 1933 chiede il permesso di soggiorno in Italia, dove vive una sorella che ha sposato un italiano. Dal 1938 al 1940 si ferma a Napoli, città dove risiede la sorella, ed abita in uno stabile in p.zza Vittorio.
La giovane Rasela ha studiato presso la Girls French School di Galati e a Napoli insegna francese e tedesco, che parla fluentemente oltre al rumeno e all’italiano; parla e scrive abbastanza bene anche l’inglese. Occasionalmente, per guadagnarsi da vivere, fa anche la children nurse.
Nel 1940, però, per effetto delle leggi razziali viene internata. Da ottobre 1940 fino a marzo 1941 è presso il Campo di concentramento per internati di Vinchiaturo, poi, fino ad ottobre 1943, è in “confino libero” a Sepino, in provincia di Campobasso.
Della sua permanenza in Molise rimangono poche tracce. Dopo il suo spostamento dal campo di Vinchiaturo a Sepino, il 24 maggio 1941, scrive una lettera alla mamma e a Jean Weisman in Romania.
Dalla documentazione visionabile presso Arolsen Archives. International Center on Nazi Persecution, in particolare da quella raccolta tra il 1947 e il 1952 dall’International Refugee Organization (IRO) e da organismi ad essa legati (e poi digitalizzata), l’intera famiglia risulta composta dal padre Abram, dalla madre Golda (nata) Goldstein, dai fratelli Rubin, che riuscirà ad emigrare in Geogia, negli Stati Uniti, e Josef, che sposa Paulina Schwarz, genitori di Sofika, Rebeka e Lucia (https://digitalcollections.its-arolsen.org/).


La lettera di Rasela è scritta in rumeno che, come ben evidenziato sulla busta di spedizione, è lingua non consentita e, pertanto, viene sottoposta a censura e bloccata, forse spedita solo in traduzione, ragione per la quale oggi è ancora conservata all’interno del fondo Questura dell’Archivio di Stato di Campobasso (ARCHIVIO DI STATO DI CAMPOBASSO, Questura, Fascicoli di cittadini di razza ebraica, b. 8, fasc. 280).
Quando scrive, Rasela sa bene che non potrebbe farlo in rumeno, ma sa anche che nessuno potrebbe tradurre la lettera alla madre dall’italiano. Da tempo non invia sue notizie alla famiglia, ignara dell’accaduto. All’inizio della lettera scrive che è arrivato il momento di spiegare le motivazioni del lungo silenzio: “am fost inchiusa 5 luni in campu di concentramento” (sono stata rinchiusa per 5 mesi in campo di concentramento).
Spiega alla sua “draga mama” che ha chiesto ad Ella, forse la sorella che si trova a Napoli, di scriverle per suo conto. Benché Ella riesca ad inviarle del cibo, non sa se è riuscita a far arrivare notizie in Romania e, comunque, non la vede ormai da sette mesi (ottobre 1940-maggio 1941).
Rasela rassicura la mamma e la invita a non fare cattivi pensieri: le scrive – forse anche per ammorbidire la prevista censura - che non le manca nulla e che “il governo italiano” si prede cura di lei.
Si rivolge, poi, a Jeane e, oltre ai convenevoli, le confessa, non senza nostalgia, di aver scritto in rumeno perché nessuno (a Sepino) parla “la nostra lingua” (“Eu ne vorbesc eu nimeni limlea noastra”); invece parla quotidianamente l’italiano (“vorbesc foarte leine italineste si inca o scriu”), tanto da chiederle scusa per eventuali errori nel testo rumeno (“deci de sunt greseli ma veti scusa”).
Le chiede, ancora, di rispondere subito alla sua lettera, indicandovi la data di ricevimento, in modo da poter controllare il tempo necessario al recapito in Romania.
Le annota, infine, l’indirizzo preciso a cui inviare la lettera a Sepino, denominandosi, italianizzando il suo nome, Renata Weisman.
Infine, saluta, Deci va sarut cu dat si drag (Quindi ti bacio teneramente), e si firma Renée.


A Sepino, Rasela non è certo ben vista da tutti. Infatti in una lettera anonima inviata al Questore di Campobasso, datata 8 gennaio 1943, un cittadino sepinese, che porge “rispettosi ossequi e saluti fascisti”, ha modo di lamentarsi del comportamento e della “condotta poco corretta” della straniera la quale, a suo dire, ascolta in alcune case private le trasmissioni radiofoniche estere che infondono idee rivoluzionarie, calunniano la politica antisemita ed esaltano la razza ebraica.
Il premuroso cittadino precisa, inoltre, che la donna si permette di girare fino a tarda ora per le vie del paese in compagnia di qualche galante persona del posto e che, solo per tutelare “il prestigio della persona che galantemente l’accompagnava”, furono usati tutti i mezzi “di accomodare la cosa”.


Dopo l’arrivo degli Alleati, nello stesso mese di ottobre 1943, Rasela può tornare a Napoli, poi, dal 1947, va a vivere a Roma insieme a tutta la famiglia, dopo che un altro fratello, Josef, fuggito illegalmente in Austria attraverso l’Ungheria, arriva in Italia insieme alla moglie, Paulina Schwarz, ed alle figlie Sofika, Rebeka e Lucia (Arolsen Archives. International Center on Nazi Persecution), a cui Rasela aveva inviato i saluti in chiusura della sua lettera sepinese.

***
FONTI:
ARCHIVIO DI STATO DI CAMPOBASSO, Questura, Fascicoli di cittadini di razza ebraica, b. 8, fasc. 280;
AROLSEN ARCHIVES. INTERNATIONAL CENTER ON NAZI PERSECUTION
(https://digitalcollections.its-arolsen.org/03020102/name/pageview/4444831/4801490)

AVVISO AL PUBBLICO

 

Il Dpcm del 3 dicembre 2020, art. 1 Misure urgenti di contenimento del contagio sull'intero territorio nazionale, lettera r) ha disposto che “sono sospesi le mostre e i servizi di apertura al pubblico dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura di cui all'articolo 101 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, ad eccezione delle biblioteche dove i relativi servizi sono offerti su prenotazione e degli archivi, fermo restando il rispetto delle misure di contenimento dell’emergenza epidemica”.

Pertanto da lunedì 7 dicembre 2020, l’Archivio di Stato di Campobasso riapre la Sala di Studio al pubblico con le modalità (prenotazione), i giorni e gli orari (lunedì e giovedì, 9.00-13.00, 14.00-17.00, Mar e Merc 9.00-13.00) precedenti alla chiusura del 6 novembre 2020.

All’ingresso in Archivio si procederà – nel rispetto della privacy - al controllo della temperatura corporea; se tale temperatura risulterà superiore ai 37,5°, non sarà consentito l’accesso.

Gli utenti dovranno essere muniti di mascherina.

I moduli per le richieste e per le dichiarazioni sono disponibile sul sito dell’Istituto o possono essere richiesti via e-mail.

(Prenotazione, Ammissione in Sala di Studio, Riproduzione con mezzi propri, Autocertificazione)

Protocollo per la riapertura dell’Archivio di Stato di Campobasso

 


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Sigillo civico cartaceo, a.1745.

ARCHIVIO DI STATO DI CAMPOBASSO, Biblioteca, coll.3/A,
 miscellanea di atti raccolti in volume.